Non
si sa quando il "grazioso getto" di arance, tra
i personaggi del corteo di gala e il popolo che gli faceva
ala o che assisteva dai balconi allo svolgersi della festa,
si sia trasformato nella violenta tenzone che infuria per
tre giorni sulle piazze e nelle strade cittadine, ma un fatto
è certo: la "battaglia delle arance" è,
senza tema di smentite, uno degli avvenimenti più spettacolari
che si conoscano, non solo a livello nazionale. E se per i
Senesi il Palio non è spettacolo, bensì una
guerra dell'amore e dell'onore attraverso la quale dar sfogo
al loro "demone dell'appartenenza contradaiola",
per gli Eporediesi il Carnevale, e per esso la caleidoscopica
battaglia, non è manifestazione folcloristica, ma la
rievocazione di un inconscio libertario che da sempre li sprona
a combattere i soprusi. Sono oltre tremila i combattenti che
"incrociano" le arance con una violenza incredibile:
nove squadre, agghindate in variopinti costumi, con centinaia
di componenti ciascuna; e una quarantina di carri che ospitano
i guerrieri del tiranno, infagottati in abiti spessamente
imbottiti, le fattezze nascoste in caschi che conferiscono
loro un aspetto terrificante. Tutti quanti, tuttavia, alla
guerra ci vanno a carico proprio, nel senso che ciascuno non
solo si procura a proprie spese la divisa, ma si tassa per
concorrere all'acquisto delle arance e per le altre necessità
che la partecipazione alla battaglia occasiona: anche perché
gli aranceri sono diventati nel frattempo una vera istituzione,
e ciascuna squadra si fa un dovere d'organizzare, al di fuori
dei giorni canonici di Carnevale, una serie di manifestazioni
che rientrano ormai nel patrimonio folclorico cittadino.