Scrive Chiara Frugoni, docente di Storia medievale presso le Università di Pisa e di Roma, parlando in Medioevo sul naso (Editori Laterza, 2001) della massima manifestazione eporediese: «Il Carnevale di Ivrea è l’unico che abbia mantenuto un legame con il Medioevo, epoca in cui questa festa nasce: né quello di Venezia, risvegliatosi circa trent’anni fa, né quello di Viareggio, con i carri allegorici e i fantocci di cartapesta, istituito nel 1873, possono vantare una tradizione ininterrotta.»


Nel Sei-Settecento, ognuna delle cinque parrocchie di Ivrea (Sant’Ulderico, San Salvatore, Santi Pietro e Donato, San Maurizio e San Grato) festeggiava per conto suo il Carnevale, cosicché il campanilismo rionale finiva per prevalere, dando probabilmente luogo a una situazione in cui si accendeva il conflitto, tanto che nel 1745 le autorità proibirono a tutti di «fermarsi et andare nelle contrade senza lume,... per provvedere agli sconcerti et disordini che sogliono nascere massimamente di Carnevale.»



Con i primi anni dell’Ottocento, le fonti storiche parlano ormai di un unico corteo carnevalesco che raccoglieva la gioventù delle cinque parrocchie e che, a ricordo dell’antica festa, vedeva gli Abbà guidare la grande sfilata. Quanto avvenne realmente in quel periodo rimane avvolto nel mistero: un mistero che ha permesso la nascita di non poche leggende e tradizioni cittadine che raccontano di un intervento delle autorità francesi, sotto le quali si trovava la città di Ivrea elevata a rango di capoluogo del Dipartimento della Dora, volto a riformare l’antica festa mantenendone l’antico splendore e lo spirito di libertà. Avvolta nelle nebbie del tempo, rimane d’altro canto, la nascita della stessa figura del nuovo capo della festa: il Generale dello Stato Maggiore del Carnevale. Si trattava, in realtà, di una figura tipicamente carnevalesca: ovvero di un personaggio indossante una divisa «militare», con tanto di spada, posto a guidare la festa: un tema folclorico di cui abbondano i carnevali alpini della vicina Valle d’Aosta. Il mito cittadino, circondando questo personaggio di un’aura leggendaria, ha voluto assegnargli erroneamente i panni di Generale dell’esercito napoleonico e anche una data di nascita precisa: il 1808. In realtà il Generale compare precedentemente nel Carnevale, come nuovo capo della festa in sostituzione dei giovani delle Badìe, anche se in una data imprecisata.


Uno spirito di libertà antico quello degli Eporediesi, che ha trovato risonanza nella leggenda che li vuole nel 1194 insorgere contro la tirannìa del conte Raineri di Biandrate, e distruggere il vecchio Castellazzo, incitati dalla bella figlia del mugnaio di uno dei mulini natanti sulla Dora, Violetta, che nottetempo era giunta a mozzare la testa al tristo Signore per non sottostare alla sua pretesa di esercitare su di lei, appena andata sposa all’amato Toniotto, lo jus primae noctis, ovvero l’abominevole diritto feudale di deflorare la sposa.



È irrilevante, agli effetti della rievocazione attuale, che lo jus primae noctis sia un improbabile sopruso effettivamente esercitato dal tiranno, o la trasfigurazione popolare di uno jus maritagi, sorta di tassa di matrimonio riscossa dal Signore per consentire ai suoi sudditi di convolare a giuste nozze; o non si tratti piuttosto della rivolta contro un’odiosa imposta sul macinato: quello che la storia tramanda è uno scontento generale del popolo che – stufo di essere tartassato – decide di ribellarsi e trae lo spunto dalla prima favorevole occasione. E ben venga una vergine offesa a rivestire la rabbia popolare di risentimenti virtuosamente suggestivi.


     


Dopo la prima rivolta degli Eporediesi alla fine del XII secolo, la storia ne ricorda una seconda, nel 1266, contro il Marchese del Monferrato, venuto – per dirla con Dante – a far piangere il Canavese: la ripresa della «Preda in Dora», antico rituale civico, nel cerimoniale carnevalesco ribadisce e perpetua lo spirito di libertà del popolo canavesano.


La leggendaria figura della coraggiosa Violetta ha dunque attraversato i secoli, divenendo per gli Eporediesi il simbolo della libertà contro ogni forma di tirannìa ed entrando sempre più profondamente nei loro cuori, trasfigurata dal fascino dell’eterno femminino; finché, sull’onda del rinnovato anelito di libertà risorgimentale, nel 1858 è giunta a incarnare l’eroina del Carnevale: la Mugnaia, impersonata ogni anno da una signora, di Ivrea o del contado eporediese, chiamata a far coppia con il Generale.



Più vicino a noi, il tradizionale lancio delle arance dai balconi e per le strade, che un tempo prendeva di mira soprattutto quanti non recassero in capo il berretto frigio, e oggi viene organizzato in vere e proprie battaglie nelle «storiche» piazze della città, con battute senza esclusioni di colpi tra folte squadre di aranceri a piedi contro altre squadre, montate su carri al traino di cavalli riccamente bardati. In realtà il getto delle arance nasce come gioco cortese, e per nulla violento, negli anni ‘30 e ‘40 dell’800: ovvero in un clima di ricerca dell’esotico e del fantastico tipico del Piemonte carlalbertino. Si trattava, in altri termini, di un gesto di omaggio compiuto dalle fanciulle borghesi che, dai balconi delle loro abitazioni, lanciavano i frutti a giovani passanti. Nel giro di pochi decenni, quel gioco innocente è venuto trasformandosi in una vera e propria battaglia


Quel che non è mai cambiato è il rosso berretto frigio, una sorta di calza di lana rossa ricadente a sacco sulla spalla destra che, divinizzato negli antichi miti di Persia e Grecia, poi «democraticizzato» dai liberti romani, già nel Medioevo venne adottato dal popolo nelle rivolte contadine delle nostre contrade, quindi definitivamente consacrato alla libertà popolare dalla Rivoluzione francese, che lo pose in capo alla sua Marianna, e come tale divenuto d’obbligo per chiunque nei giorni di Carnevale si ritrovi tra «le rosse torri e la cerulea Dora».


Nel complesso delle sue manifestazioni il Carnevale di Ivrea, sul filo di un rigoroso cerimoniale consolidatosi nei secoli fino al suo attuale dispiegarsi dall’Epifania al mercoledì delle Ceneri, ha quindi recuperato via via la storia della città, trasfigurando personaggi veri e avvenimenti accaduti, secondo la propensione popolare al fantasioso, al leggendario, al fiabesco.