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Martedì di Carnevale
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Una marea di berretti rossi ondeggia per le vie al passaggio del corteo dei carri allegorici, che giungono dai paesi vicini per l’ultimo corso di gala. Una folla tanto partecipe da costituire essa stessa una componente essenziale del grandioso spettacolo che Ivrea offre di sé in questo giorno. Figura aggregante, amata e acclamata più che mai, resta la Mugnaia, che elargisce a tutti assieme a quintali di dolciumi e a migliaia di mazzetti di mimose i doni della bellezza trasfigurata dal mito popolare. |
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Sui campi di battaglia, intanto, infuriano gli scontri tra gli aranceri che, raccolte le residue forze, consumano gli ultimi proiettili, tentando fino all’ultimo, ogni squadra, ogni carro, di rovesciare a proprio favore il giudizio della giuria. Bello e colorato è il momento della premiazione, quando tutti gli aranceri e tutti i carri inondano piazza di Città, gremita di gente, per attendere il verdetto della giuria che prima di sera assegnerà i premi nel Palazzo municipale. Poi, l’oscurità della notte verrà ripetutamente squarciata dallo sfavillìo delle fiamme che salgono rapide al sommo degli scarli, incendiati uno dopo l’altro nelle piazze dei rioni dai rispettivi Abbà, durante l’apposito giro dei personaggi del Carnevale, con in testa il Generale. «A brusa, a brusa», grida intorno la gente, felice del rapido innalzarsi delle fiamme che, dopo aver divorato l’erica, incendia la bandiera di carta in cima allo scarlo, perché è credenza popolare che questo sia di buon auspicio per l’annata che verrà. Un grido che si leva assordante in piazza di Città, dove una folla strabocchevole si raduna per assistere all’abbruciamento dello scarlo principale, in uno scenario di suggestione unica, con la Mugnaia che, in piedi sul cocchio dorato, leva la spada al cielo appena i due Abbà appiccano il fuoco con il loro tradizionale lanternino, mentre il Generale, la mano alla feluca in segno di saluto, resta ritto sulle staffe, fino allo spegnersi dell’ultima scintilla, e intorno si diffonde l’inno del Carnevale: «Una volta anticamente, egli è certo che un barone...». |

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A questo punto non rimane da abbruciare che lo scarlo della parrocchia di San Grato, ultimo della serie, e tutti vi si recano dietro ai Pifferi che suonano le ultime note allegre. Poi la banda tace, e un solo piffero, accompagnato da un solo tamburo, suona le note lamentose della «Marcia funebre», sul cammino di ritorno verso piazza Ottinetti, reso più triste, nel silenzio che grava tutt’intorno, dallo strusciare sul terreno delle spade degli Ufficiali dello Stato Maggiore. Ma presto la tristezza svanisce e le arcate di piazza Ottinetti raccolgono un’ultima «Generala» da parte di Pifferi e Tamburi, cui seguono abbracci e saluti per il tradizionale «arvedse a giobia a’n bot», (arrivederci a giovedì all’una), che è augurio e promessa di ritrovarsi insieme al prossimo Carnevale. Restano poche formalità da espletare perché anche questo Carnevale passi alla storia: un salto in Municipio per la lettura del verbale di chiusura e l’apposizione delle firme sul Libro che il Gran Cancelliere custodirà gelosamente fino al Carnevale del prossimo anno |