

L'ABBÀ EPOREDIESE DEL SEICENTO
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Proseguendo nelle nostre ricerche sulle origini del Carnevale eporediese - origini ben più antiche e ritualmente documentate rispetto al fatidico anno 1808 - un documento inedito che certifica storicamente l'esistenza degli Abbà e della Badia dei Giovani nell'Ivrea del Seicento. In altri termini, vengono documentati i progenitori dei moderni piccoli rappresentanti delle parrocchie cittadine nella nostra festa. Il documento, datato 1650, è conservato presso l'Archivio storico diocesano di Ivrea, e concerne la visita pastorale di monsignor Ottavio Asinari, vescovo della città. Riteniamo doveroso ringraziare in questa sede: per la consultazione dei documenti dell'epoca, il canonico Giovanni Battista Giovanino, direttore dell'Archivio e della Biblioteca Diocesana di Ivrea, e il signor Giancarlo Ormea; per lo studio delle carte vescovili, la dottoressa Annamaria Loggia. |
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Un breve riassunto per incominciare: La storia del Carnevale di Ivrea trova la sua espressione maggiormente compiuta nella figura dell'Abbà e nel rituale dell'abbruciamento degli Scarli. In tal senso significativo rimane quanto riportato nelle descrizioni della festa eporediese risalenti ai primi anni dell'Ottocento, descrizioni che abbiamo ampiamente commentato nei numeri passati de La Diana. Le cronache dell'epoca presentano lo Scarlo come un «albero altissimo, che fa piantare e vestire di tamarisco [arbusto con foglie piccole e lunghi grappoli di piccoli fiori, n.d.r.] nella sua parrocchia un priore annuale della medesima». Tale Priore, che sappiamo essere l'Abbà, è sempre un fanciullo «eletto in qualche famiglia, il quale è obbligato di far le spese necessarie per tal festa, d'intervenire a tutte le marcie scambievoli, e di appiccare desso il fuoco all'albero da bruciarsi» (Giornale del Dipartimento della Dora, 28 febbraio 1805). I medesimi documenti, inoltre, assegnano alla gioventù eporediese il ruolo di attore principale dei tre ultimi giorni di carnascialesco solito tripudio: i giovani, radunandosi, aprono infatti l'annuale lieta ricorrenza. Infine, sempre dalle predette carte, al comando dei giovani raccolti in compagnie parrocchiali, si ritrova ancora il bambino-priore denominato l'Abbà. Immagine, quest'ultima, ben evidente nelle parole del Sindaco di Ivrea dettate per l'anno 1809. Secondo il maire Zanetti, infatti, le feste del Carnevale consistono «dans la réunion de la jeunesse de chaque Paroisse, qui a pour chacun un petit garçon à cheval à la tête qui s'appelle Abbà, les convois avec des masques, en partie à cheval, et en partie à pied, parcourent les diferents endroits de la Ville avec des tambours et fifres qui ouvrent les convois, et qui sonnent des marches particulières à chacun....» (Archivio storico del Comune di Ivrea, Serie II, Categoria 32, Lettere di corrispondenza, 4479).
I giovani nel Carnevale Le Badie, i coscritti e il rito di passaggio. Dall'insieme
delle testimonianze storiche sino ad ora raccolte possiamo dunque scorgere
l'esaustivo rimando alla Badia eporediese, quale si era tramandata sino
alle soglie del XIX secolo. Nella Badia, infatti, considerata quale
fenomeno ampiamente diffuso nelle società tradizionali, si riuniva
la gioventù del luogo. Venivano in tal modo a costituirsi delle
associazioni virili, alle quali era demandata una precisa funzione sociale.
Si trattava, in altri termini, sia di conferire un significato plausibile
alla condizione giovanile, sia di regolare il rito di passaggio alla
maggiore età. In un contesto del genere va inteso il diritto-dovere
per i giovani maschi di agire nei ruoli delle maschere guida
del Carnevale. Calandosi in tali ruoli i medesimi giovani non si mascheravano
totalmente, bens“ portavano sulla scena carnevalesca la loro identità
socio-sessuale: una identità per certi versi ancora ambigua,
collocata sull'incerto e pericoloso confine tra maschile
e femminile. Come scrive l'antropologo Cesare Poppi, «la simbologia
della maschera smascherata sottolineava la congruenza tra
l'attore e la sua maschera: personaggi in mezzo al guado,
né carne né pesce, in transizione tra l'infanzia e l'età
adulta.» Lo spazio rituale festivo, in particolare lo spazio carnevalesco,
conferiva dunque, a quanti vivevano l'età intermedia tra l'adolescenza
e la virilità, di dimostrare la propria esistenza sulla scena
comunitaria. Come il Carnevale abbia adempiuto, e in parte ancora adempia,
a tale funzione, ovvero come «provveda a dar corpo simbolico ad
uno stato di transizione che sociologicamente non esiste», risulta
dimostrato in feste dalla natura sostanzialmente arcaica. Si pensi,
per fare un esempio dai contorni ben leggibili, anche se fuori dalla
nostra area di indagine, al Carnevale dell'Alta Val di Fassa nella Ladinia
dolomitica. Definendo i termini della partecipazione dei giovani alle
Rito e mito nelle Badie Due termini antropologici: lo charivari e la fertilità. Vi
è un legame nato nel Medioevo, oggi non facilmente riconoscibile,
che univa tra loro tre importanti aspetti della vita nelle comunità
tradizionali: emergono da tale vincolo, infatti, le credenze relative
al ritorno dei morti, le associazioni giovanili responsabili dei riti
di passaggio all'età adulta e le mascherate invernali del Carnevale.
Queste ultime poi, spaventose e comiche, terrificanti e vitali, rappresentavano
una delle vie per entrare in rapporto con i morti ambigui dispensatori
di prosperità nel tempo cruciale in cui l'anno vecchio
finisce e quello nuovo comincia. Le Badie, di conseguenza, hanno ereditato
un complesso materiale folclorico, che si offre alle più svariate
interpretazioni, «Si tratta di credenze? Si tratta di pratiche
reali? O si oscilla - piuttosto - in quell'area ambigua, la zona grigia
tra mito e rito, dove i modelli cognitivi trovano sostentamento ora
nelle pratiche reali ora in quelle immaginate?» (C. Poppi). Definita
in tal modo la natura multiforme e sfuggente delle associazioni virili,
rimane da considerare l'azione rituale in cui tale natura si mostrava
con maggiore evidenza. Il nostro riferimento va a un gioco
dai contorni fors'anche crudeli: lo charivari - ovvero chiabramari
- che vedeva i rumorosi scherzi e le scampanate derisorie rivolte dai
giovani della comunità ai vedovi che ritornavano a nozze. Usando
la violenza simbolica dello charivari i membri della badia, con l'aspro
ardire della loro età, imponevano ai vecchi un risarcimento:
si componeva, in tal maniera, una ben definita pratica rituale di ordine
sociale. Alla base di tale pratica, come ricorda lo storico Carlo Ginzburg,
ritroviamo una matrice mitica comune a molte popolazioni
europee: «La presenza di una dimensione iniziatica spiega probabilmente
l'aura mortuaria che circonda, in società disparate, i comportamenti
di gruppi di giovani, talvolta associati in forma di violenza rituale,
talvolta stretti in organizzazioni guerriere. Le più antiche
testimonianze su un rito come lo charivari, volto a controllare i (P. Grimaldi, Strategie sessuali contadine, in Il corpo e la festa, a cura di P. Grimaldi, Roma, Meltemi, 1999, pp. 19-20).
La Badia e l'Abbà eporediese. Descrizione del vescovo Ottavio Asinari, anno 1650. Il
22 marzo 1650, nel corso della sua visita pastorale alla cattedrale
di Santa Maria Assunta (il duomo eporediese), monsignor Ottavio Asinari,
vescovo di Ivrea, entra nella cappella dedicata a San Sebastiano, edificata
all'esterno e addossata alla cattedrale medesima: di tale ricognizione
rimane una preziosa testimonianza nella relazione scritta dal segretario
episcopale. Dal testo della relazione, in cui vengono riassunte le osservazioni
del presule, apprendiamo dell'esistenza, presso la cappella di San Sebastiano,
di una società, ovvero di una compagnia, intitolata
allo stesso santo. Il capo della compagnia portava il nome di Abbà
e aveva il compito di riscuotere, dai vedovi passati a seconde nozze,
una certa quantità di cera, onde evitare il chiabramari
(le scampanate e gli scherzi di cui abbiamo parlato in precedenza).
Dalla relazione vescovile si apprende, inoltre, che la cappella di San
Sebastiano era frequentata con grande venerazione dai fedeli (anche
se all'epoca della visita di Asinari essa era stata interdetta a causa
delle indecenze che vi avevano commesso i soldati nel 1640).
Tra le cerimonie ricordate vi è, nella festa del santo patrono,
la distribuzione del pane benedetto - la carità,
elemento rituale connesso alle badie - e la processione a cui interveniva
la predetta Società di San Sebastiano con l'Abbà. Le osservazioni
di monsignor Ottavio Asinari costituiscono la prova documentaria della
presenza della Badia e dell'Abbà nell'Ivrea del Seicento. La
Badia eporediese, va inoltre ricordato, al pari delle altre associazioni
giovanili esistenti sul territorio, svolgeva compiti in cui si mescolavano
aspetti sia sacri sia profani. A tal proposito risulta emblematico il
legame con un luogo di culto dedicato a San Sebastiano: un santo indicato
quale protettore della gioventù. Accanto all'Abbà eporediese,
la visita pastorale del vescovo Asinari offre poi una preziosa testimonianza
sulle badie di area canavesana per la metà del secolo XVII. In
base a queste indicazioni, possiamo sostenere che le primitive testimonianze
della festa eporediese di Carnevale vadano ricercate nella più
vasta realtà sia territoriale sia etnografica in cui era inserita
la città. Seguendo tale ipotesi dobbiamo considerare la presenza
e i rituali delle compagnie guidate dagli Abbà nel Canavese,
tra la fine del Medioevo e l'Età moderna. Le associazioni giovanili,
o virili secondo il documento vescovile di Ottavio Asinari, risultano
esistenti sia in realtà urbane (Ivrea e Chivasso) e grossi centri
(Castellamonte), sia in villaggi di vallata (Rueglio) e di pianura (Foglizzo,
Ciconio, Cuceglio, Parella). Abbiamo, quindi, una diffusione capillare
delle badie nelle varie dimensioni comunitarie dell'area canavesana.
Un altro punto di interesse riguarda la descrizione dei comportamenti
rituali delle medesime badie, che ruotano attorno a quelle azioni di
controllo sociale di cui abbiamo in precedenza scritto (chiabramari
e barriere agli sposi). Il vescovo, nel biasimare queste
azioni rituali, ordina di abolire il nome di Abbà, sostituendolo
con quello di Priore, in modo da separare il sacro dal profano. In tale
testimonianza pu˜ leggersi un aspetto della lotta della chiesa cattolica
contro le feste pagane. Per usare le parole dello storico Jean Delumeau
«lotta che costitu“ un altro grande capitolo dell'azione tenace
e multiforme volta a cristianizzare la vita quotidiana per via autoritaria
e operare in maniera radicale la separazione - necessaria nella mentalità
della élite al potere - tra sacro e profano». Venivano
dunque condannate le «vestigia del paganesimo» e, nel contempo,
si biasimava la contaminazione «del sacro da parte di una realtà
profana invadente, gli strepiti, i clamori, le bisbocce tipiche dei
festeggiamenti bacchici promossi da masse non controllate». Sull'altro
fronte si esaltava la festa cristiana «ordinata in meditazione
e preghiera». Fra gli aspetti pagani maggiormente condannati dai
vescovi, vi era proprio quel chiabramari che abbiamo visto
essere molto praticato dalle badie di Ivrea e del Canavese. Scrive ancor
lo storico Delumeau: «Anche le chiassate
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