
ANTOLOGIA di CARNEVALE
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Abbiamo deciso di affidare questa sezione alla fantasia e alla nostalgia. Termini forse desueti, per uno spazio dedicato alla ricerca storica, termini comunque appropriati per evocare gli scritti che andremo proponendo. Si tratta, infatti, di una serie di componimenti più o meno brevi: un'antologia minima volta a ricostruire la festa, ricreandone per quanto possibile l'atmosfera e i sentimenti. Una sorta di album di famiglia con immagini sbiadite dal tempo, nel quale crediamo di poter cogliere un invito quanto mai vivo: si torni a guardare la festa con occhi incantati, si torni a viverla con spirito trasognato. "A chi di noi non ha fatto battere il cuore il primo ritornello di pifferi e tamburi il mattino dell'Epifania, primo giorno di Carnevale, o nel pomeriggio del Gioved“ grasso?" scriveva Francesco Carandini nella Vecchia Ivrea. Canto di pifferi... canto di carnevale... struggente canto di fine inverno. Che torni a battere il nostro cuore a quel canto: questo l'augurio per noi e per tutti gli Eporediesi. Accanto alla speranza di giorni festivi nuovamente e veramente sereni, poniamo una sola riflessione a commento della nostra piccola antologia di Carnevale. Di fronte alle molte immagini testimoniate dagli scritti, si consiglia infatti di non dimenticare la complessa struttura del mondo festivo. In altre parole, l'ambivalenza nei contenuti della festa rimanda all'oggettiva stratificazione della cultura folclorica: ovvero ai modelli del passato sui quali, inevitabilmente, deve costruirsi il nuovo messaggio.Tutto sta comunque a significare che il Carnevale eporediese é ben vivo, e di conseguenza il giudizio non può che essere positivo. La conclusione potrebbe rifarsi a quanto affermava lo studioso Franco Castelli a proposito di certi arcaici rituali monferrini. Richiamandosi a Gramsci, egli infatti scrive: la forza della nostra festa "sta nell'essere uno splendido esempio di "forma aperta" in cui lo spirito popolare può immettere a volontà nuovi contenuti, vivificando uno schema antico; niente si perde della tradizione; nella vecchia botte si versa un nuovo vino: ecco tutto." Prima di passare alla raccolta di scritti sul Carnevale di Ivrea, ricordiamo ancora che da questo numero de La Diana affiancheremo, a questa rubrica di ricerca storica, una pagina volta a presentare un libro sul folclore e sulle tradizioni popolari, incominciando con una interessante opera curata dall'antropologo Piercarlo Grimaldi, dal titolo Il corpo e la festa. Ma é tempo ormai di passare al nostro florilegio carnevalesco e ai suoi Autori. In questa raccolta antologica abbiamo posto accanto a cronache tratte dai giornali locali e a testi del Novecento, alcuni brani di scrittori ottocenteschi (corografi, folkloristi, storiografi), che si sono occupati del carnevale di Ivrea (dal Casalis al Brofferio, dal Revere al Bertolotti ecc). Nelle descrizioni, quasi sempre attente e abbastanza minuziose, l'argomento del nostro studio a volte balza in primo piano con una vivezza insospettata, altre volte, invece, quasi scompare nei meandri delle divagazioni carnascialesche. Al pari di madeleines proustiane le cronache evocano comunque, sempre, un'Ivrea d'altri tempi: l'Ivrea con le piazzette deserte "da stampa in rame" di Guido Gozzano, I'Ivrea dei Tristi amori di Giuseppe Giacosa, I'Ivrea delle fughe di Eleonora Duse e Arrigo Boito al Romitorio di San Giuseppe, I'Ivrea dei romanzi di Salvator Gotta, quella vecchia Ivrea che Francesco Carandini ci ha pur riconsegnato in certe struggenti pagine della sua opera. |
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Un'Ivrea ottocentesca, ancora in gran parte città di conventi e di caserme, quasi del tutto racchiusa nel tracciato delle sue antiche mura (l'Ivrea delle esercitazioni della Guardia Nazionale e delle grandi processioni religiose, dall'Interro all'Assunta). Un'Ivrea che pareva doversi scuotere dalla sua sonnolente quiete un solo giorno alla settimana, o meglio una sola mattina, quella di Venerdì, in cui le vie, le piazze, gli androni delle case erano invasi dai banchi del mercato e dalle genti che giungevano dai paesi della piana o dagli sperduti alpeggi. L'Ivrea degli omnibus in partenza da Rivarolo, da Aglié, da Castellamonte, da Vistrorio e che, sbucando dalla Strada Nuova a suon di cornetta, fermavano i cavalli davanti al Caffé Vasario, o nell'angolo fra il Palazzo Municipale e la via che conduce al Moreno. L'Ivrea che verso la prima metà del secolo poteva vantarsi di avere, anche se solo da aprile a settembre, ben cinque corse di diligenza alla settimana per Torino, e che nel novembre del 1858 vedrà aprirsi il tronco di ferrovia Ivrea-Caluso, e l'avviarsi dei lavori per la costruzione del Ponte Nuovo. L'Ivrea delle locande dai nomi antichi e suggestivi: il Sole, la Corona grande, la Croce Bianca, la Pernice, il Leon d'Oro, i Tre fiori di giglio, la Rosa rossa, la Rosa bianca, lo Scudo di Francia, l'Universo, i Tre Zecchini, il Cavallo Bianco, l'Osteria della Croce Rossa. L'Ivrea delle Porte toupe e della via Marsala, (la Rua delle ova), della Piazza della Granaglia e di quella di Santa Marta, del Borgoglio e della Ciapuletta, di Piazza Maretta e del Borghetto, del ghiaio con le lavandaie e di via Palma (la Rua coperta), dei vicoli che scendevano, bui e malsicuri verso la Dora (la Rua d'l'Ours), e di quelli più "cittadini", vicolo Cantarana, vicolo dell'Arco, della Scala Santa e della città alta, silenziosa e distaccata con le molte chiese (dal Gesù a San Nicola, ai Santi Pietro e Donato, alla Cattedrale). L'Ivrea del tipografo Fausto Luigi Curbis nella cui libreria si ritrovavano, a metà Ottocento, in una sorta di cenacolo, presidi e professori del locale liceo e del Collegio Nazionale, avvocati e medici, poeti dilettanti e pittori, insomma tutto il mondo intellettuale della piccola cittadina, e lì discutevano di letteratura, di politica, di arte. Ivrea borghese, Ivrea di notai impresari, negozianti ma anche, e soprattutto, Ivrea contadina, l'Ivrea di San Lorenzo "fuori le mura", della Fiorana, di San Bernardo, di Torre Balfredo, di Sant'Antonio, l'Ivrea dei cantoni e dei cascinali sparsi nella campagna, l'Ivrea della Fiera di San Savino, e di quella d'l'armuliva, alla vigilia della Settimana Santa. E, su questa Ivrea, l'immancabile annuale ritorno della gran festa di carnevale: con gli abbà, gli scarli, le guardie, i generali, le mugnaie, i balli popolari, i birocci e i carretti del gir d'le viture, gli alberi della cuccagna, le corse nei sacchi e quelli che noi oggi chiameremmo gli aranceri. Carnevali di gelide giornate invernali avvolti nel cinereo bagliore di fascinose nevicate e carnevali già immersi in un'aria festosamente primaverile, splendidi di sole e di vento nel profumo delle mimose e delle arance; carnevali amareggiati da polemiche e da discussioni a non finire, e carnevali in cui tutto, almeno apparentemente, sembrava andare per il verso giusto... così allora... così oggi... |
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