L'ARANCIA OVVERO IL FRUTTO DELLA LIBERTÀ


Ivrea, 15 dicembre 1798.

Senza resistenze e senza campane a martello viene eletta ed insediata la nuova municipalità repubblicana in persona dei cittadini avvocato Pietro Giglio presidente, Quaglio Nicola, Cavalli architetto Giovanni Angelo, Amione prete Giacomo, Bona speciale Antonio Maria, Moretta avvocato Camillo, Mangarda Domenico, Lomaglio Giuseppe, Zanetti Giovanni, Ponzio Carlo architetto, Eusebio avvocato Vincenzo consiglieri, Giglio Lorenzo Maria segretario. L'antica amministrazione con il sindaco Pietro Marco, i consiglieri Felice Rambaudi, Ludovico Vigna, Ignazio Accotto, Giovanni Battista Quilico, Policarpo Bergera ed il segretario Merlo se ne é andata in sordina, non senza aver cura di mettere le guardie alle porte della città e dare essa stessa, con insospettabile eccesso di zelo, disposizioni in merito all'albero della libertà che viene eretto il 13 dicembre 1798 (23 frimaio anno settimo della Repubblica Francese e primo della Libertà Piemontese) con discorso augurale pronunciato dall'avvocato Pietro Giglio il cui testo, pubblicato dalla Stamperia Patriottica del cittadino Franco, ci é pervenuto in modo alquanto singolare. Don Pietro Curbis, all'epoca arciprete di Borgomasino , ebbe infatti cura di conservare alcuni documenti relativi a questo periodo, ponendoli significativamente a piè di un suo registro di annotazioni riguardanti la chiesa parrocchiale a futura memoria. Una di tali carte è appunto il discorso dell'avvocato Giglio, probabilmente già stampato e distribuito al momento (esso infatti risulta "recitato") o poco dopo e raccolto dall'arciprete in occasione di una sua venuta ad Ivrea per il mercato od altra incombenza. Questo discorso, che evidenzia nel Giglio una buona capacità oratoria, a tratti perfino accattivante, contiene una importante testimonianza sul nostro Carnevale. Da esso si apprende per intanto che l'albero era faggio ("faggio di fervido patriottismo") ed adornato dello "Stemma Glorioso dell'Unione Patriottica" che avrebbe dovuto richiamare alla memoria dei cittadini "gli Alberi di Trionfo, che in pegno del giogo scosso dal lascivo Ceppo di Monferrato costumiamo di erigere con fuochi di gioja nel Carnevale". "Costumiamo di erigere"... Ecco gli scarli in funzione di "Albero di Trionfo" ufficialmente menzionati sullo scorcio del secolo XVIII come simbolo di una tradizione libertaria ormai consolidata riferita a fatti specifici di medioevale memoria (e non ad altri) insieme ai "fuochi di gioja nel Carnevale". Nel Carnevale e non altrimenti. All'epoca la festa appare dunque un tutt'uno e come tale sentita, vissuta e celebrata. Le vicende del secolo successivo opereranno su una realtà ormai consolidata. Quali addobbi poi ornassero l'albero della libertà (che nel nostro caso efficacemente il Giglio paragona allo Scarlo) e quali frutti esso producesse (o meglio dovesse produrre) lo dice un repubblicano della prima ora, destinato a far testo, il ben noto cittadino Giovanni Antonio Ranza, stampatore (di cui fu proto Niccolò Franco) che, quale "Rappresentante dei Rivoluzionari Piemontesi", ne ideò per "la Repubblica del Piemonte" la figura. Su tale albero crescevano "Melaranci ossia portogalli" frutto che annunziava perfettamente "l'Eguaglianza Repubblicana, mediante l'egualità, l'unità, l'indivisibilità degli spicchi ossia fette del medesimo. S'aggiunga poi la dolcezza del frutto per annunciare la dolcezza del Governo Repubblicano". Questo se ne andò, passò Napoleone, tornarono i sovrani della restaurazione (tutti governi che di "dolcezza" ne avevan poca o punto), ma l'idea nellÕimmaginario popolare rimase. L'arancia come simbolo di libertà, facile a staccare dall'albero e lanciare contro chi questa minacciasse, il tiranno. Essa non era cos“ lontana, era di casa. Eccessivo a mio parere il richiamo all'esotismo che si é fatto per giustificarne la presenza nel Carnevale d'Ivrea. Quando questo fu "rivisitato" in epoca risorgimentale, il ricordo di quel frutto libertario, che tante speranze aveva acceso, seppur sopito durante il periodo napoleonico e la restaurazione, era ancora vivo e prese consistenza. L'arancia come arma e simbolo del riscatto e della libertà che si lancia contro la tirannide per debellarla e sconfiggerla. In un'area fertile già per consolidata tradizione evocatrice di antiche gesta che avevano scosso gioghi lascivi. é appunto nel clima del Piemonte Carloalbertino e delle successive vicende risorgimentali che il fenomeno del getto ha origine e trova man mano sviluppo, consistenza e documentazione. Quanto al discorso dell'avvocato Giglio, per più aspetti decisamente fuor del tempo, vi è un passo che ci sentiamo di sottoscrivere perché ci è parso, in mezzo a tanta ridondante retorica, di sconcertante attualitˆ, là dove dice: "Siate docili alle voci del buon ordine, sensibili ai mali della Società...Guardatevi di nutrire in seno lo spirito di Egoismo, o l'amor di partito, sia il voto di ciascheduno la felicità di tutti, e la causa della libertà, la prima causa universale". La strada è purtroppo ancora in salita.