CARNEVALE & RIVOLUZIONE

Il tredici dicembre 1798, divenuto a tutti gli effetti il 23 frimaio Anno 7 della Repubblica Francese ed il primo della Libertà Piemontese, viene eretto in Ivrea un albero di libertà. Sotto questo albero, a solennizzare l'avvenimento, recita il discorso inaugurale l'avvocato Pietro Giglio che due giorni dopo, il 25 frimaio, verrà eletto presidente della nuova municipalità repubblicana, destinata a sostituire la vecchia compagine cittadina destituita e messa a riposo d'ufficio con la costituzione del Governo Provvisorio Piemontese. Questo discorso presenta diversi aspetti interessanti e rende indirettamente una preziosa testimonianza sulla nostra festa. Si apprende infatti che l'albero era di faggio (“faggio di fervido patriottismoì”) ed adornato dello “Stemma glorioso dell'Unione Patriottica” che avrebbe dovuto richiamare alla memoria dei cittadini “gli alberi di Trionfo, che in pegno del giogo scosso dal lascivo Ceppo di Monferrato costumiamo di erigere con fuochi di gioja nel Carnevale”. L'avvocato Giglio, per rendere chiaro a tutti il concetto di libertà, non trova di meglio che rifarsi ad una tradizione a tutti nota e perpetuatasi intatta nei secoli: la ricorrenza di una vittoria popolana legata a vicende di memoria che trova celebrazione con fuochi di gioia nel Carnevale. Questa testimonianza rappresenta, allo stato della ricerca, il più antico riferimento ufficiale alla tradizione carnevalesca cittadina, che viene così sostanzialmente istituzionalizzata, tanto più significativa in quanto ad essa viene collegato il concetto stesso di libertà che stava a base delle nuove idee rivoluzionarie. Il carnevale viene (il Giglio non dice i Carnevali, ma il Carnevale) a dimostrazione che tale era la festa, e così vissuta ormai da lunghissimo tempo a rievocazione di antichi ben determinati eventi che avevano il loro culmine nell'erezione di “alberi di Trionfo con fuochi di gioja”. A volte la ricerca storica consente di trovare testimonianze come questa che, per il contesto in cui sono inserite, assumono valore illuminante.

Ed è anche possibile trovare, come ha fatto Franco Quaccia, negli ordinati cittadini altri riferimenti a questa tradizione di erigere e bruciare alberi carnevaleschi, colta nel suo aspetto pratico e negli inconvenienti cui essa può dar luogo, così come sono convinto che altre interessanti scoperte potranno derivare da una lettura appropriata e sistematica degli ordinati stessi, intesi per quello che sono, e cioè specchio di vita minuta, di ordinaria normalità e miseria (consigli che si rinnovano, levate di soldati, tassazione di generi alimentari, il pane soprattutto, ricorsi, controricorsi, erosioni del fiume, strade da riparare, siti usurpati, imposte e conti esattoriali). A fine secolo XVIII esisteva quindi in Ivrea una consolidata tradizione che si rifaceva a vicende di medievale memoria e le stesse celebrava in occasione del carnevale con l'abbruciamento di alberi di trionfo. Tradizione che la Rivoluzione istituzionalizza e fa propria ricollegandola all'albero di libertà. L'albero di libertà non era e non doveva essere infruttifero. Quali addobbi lo ornassero e quali frutti esso producesse lo dice un repubblicano della prima ora, Giovanni Antonio Ranza, che ne tratteggiò la figura quale “rappresentante dei Rivoluzionari Piemontesi” come egli si era proclamato.

Su tale albero crescevano “Melaranci ossia portogalli”, frutto che annunciava perfettamente “l'Eguaglianza Repubblicana, mediante l'egualità, l'unità, l'indivisibilità degli spicchi ossia fette del medesimo. S'aggiunga poi la dolcezza del frutto per annunziare la dolcezza del Governo Repubblicano”. Questo se ne andò, passò Napoleone, tornarono i sovrani della restaurazione, ma l'idea nell'immaginario popolare rimase. L'arancia come simbolo di libertà, facile da staccare dall'albero e lanciare contro chi questa minacciasse, il tiranno. Questa idea non era poi così lontana, era di casa. In una città dove per consolidata tradizione si celebravano durante il Carnevale antiche glorie cittadine riferite ad insorgenze di medievale memoria, poteva accadere di tutto, il terreno era fertilissimo. Quando il carnevale fu “rivisitato” in epoca risorgimentale, il ricordo di quel frutto libertario, che tante speranze aveva acceso, seppur sopito durante il periodo napoleonico e la restaurazione, era ancora vivo e prese consistenza. L'arancia come arma e simbolo del riscatto e della libertà che si lancia contro la tirannide per debellarla e sconfiggerla. È infatti nel clima del Piemonte di Carlo Alberto e delle successive vicende risorgimentali che il fenomeno del getto ha origine e trova man mano sviluppo, consistenza e documentazione. Così la melarancia pass˜ dal vecchio secolo a quello nuovo, insieme al berretto frigio, copricapo libertario in assoluto, portato con disinvoltura ed ostentato dai più determinati giacobini eporediesi. Lo inalberava fra gli altri il notaio Lorenzo Giglio, fratello dell'avvocato Pietro e segretario della municipalità, che se n'era fatto uno un poco particolare con la scritta Guerre au Tiran e s'avvicinava or agli uni ora agli altri, che leggessero bene. Carattere difficile e forse indisponente. Lo portava il cittadino Bassenga, chincagliere, che nel maggio 1799, cambiato il vento, si oppose fino all'ultimo all'atterramento dell'albero della libertà “minacciando con mano armata i bene intenzionati”, cioè i realisti adesso ritornati di moda. Lo portavano i componenti la Municipalità, in alternanza con “le tricolorate piume” dei loro cappelli ed in buona sostanza, per convinzione o convenienza, un poco tutti. Passò anche un altro singolare personaggio, capostipite di una lunga serie destinata ad impersonare nell'immaginario popolare e nella storia del Carnevale eporediese la figura forse più emblematica, quella del Generale. Mi riferisco ad Antonio Pezzati che nel 1808 compare primo insignito di questa carica ad aprire il “Livre du Carnaval” che da tale anno ha principio. Brutto anno il 1808. Napoleone ha trovato in Spagna filo da torcere e la prima significativa battuta d'arresto. È l'anno della sconfitta di Bailen e l'inizio della fortunata ascesa di quel Nelson di terraferma che sarà Arthur Wellesley, Duca di Wellington. Ma Antonio Pezzati non è un generale napoleonico e neppure un generale di occupazione, e non è lì a caso. È piuttosto un generale giacobino, degno come tale di rappresentare quegli ideali libertari da cui la rivoluzione era partita e che il regime napoleonico interpreterà, controllerà e gestirà a modo suo, ma che poteva far comodo richiamare in un personaggio destinato sostanzialmente ad esercitare compiti di controllo della manifestazione a tutela e garanzia dell'ordine pubblico. Occorreva per questo una persona di prestigio ed Antonio Pezzati lo era. Aveva infatti alle spalle una lunga militanza rivoluzionaria quale facente parte di quella “Banda Patriottica” i cui componenti, quattordici in tutto, “minacciavano la rivoluzione nell'estate del 1798 con suonare continuamente le così dette arie Patriottiche tanto nella Città che nella Provincia, ed ancor oggi la maggior parte di detti suonatori si manifesta troppo evidentemente attaccata al Sistema Francese”. Così li bollerà, nell'inchiesta sui giacobini, la Controrivoluzione nell'estate 1799. Erano insomma non solo dei militanti, ma anche dei nostalgici impenitenti, che avevano affidato alla musica, che non tollera restrizioni e confini, il loro credo e trovato un modo elegante di propagandare la rivoluzione e di preannunciarla, che è poi sostanzialmente un modo di farla. Di Antonio Pezzati, primo generale del Carnevale, e degli ideali da lui e dai suoi successori nella carica rappresentati, ci si ricorderà in pieno Risorgimento (e qualcuno l'avrà pure personalmente conosciuto) quando, nel 1858, farà la sua comparsa sul carro trionfale la prima Mugnaia, nella scia di quelle anonime antiche ultime spose del rione che ne avevano nei secoli impersonata la figura. Così idealmente uniti, nel nostro Carnevale di Ivrea, accanto a Violetta Mugnaia, eroina di un moto autenticamente popolare, al di là di ogni possibile contraddizione, cavalca un generale giacobino.

Domenico Forchino

 

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LA BANDA PATRIOTICA

 

 

L'inchiesta condotta dalle autorità sabaude nel 1799 sui giacobini di Ivrea e Provincia annovera anche i componenti di una “Banda Patriotica” capitanata da Fisso “Filarmonicoí” e composta da Cornelio Notaio e Cornelio Chirurgo fratelli, De Caroli figlio, Gardè Giuseppe, due fratelli Molinati di Pietro, Marchetti studente di chirurgia, tre fratelli Pellizier, Pezzati Antonio, Scaravaglio figlio e Sacco studente. Quattordici soggetti “li quali già prima minacciavano la rivoluzione nell'estate del 1798 con suonare continuamente le così dette arie Patriotiche tanto nella Città che nella Provincia, ed ancor oggi la maggior parte di detti suonatori si manifesta troppo evidentemente attaccata al Sistema Francese”. Erano insomma non solo dei militanti, ma anche dei nostalgici impenitenti. Appartenenti alle più varie classi sociali, costoro avevano affidato alla musica, che non tollera restrizioni e confini, il loro credo rivoluzionario e lo manifestavano scorazzando impunemente per città e territorio a dar fiato a quelle arie rivoluzionarie che tanta preoccupazione destavano nelle pubbliche autorità, le quali giustamente le consideravano elementi disgreganti e dirompenti in un contesto generale ormai irrimediabilmente allo sfascio. Esse sorgevano come dal nulla e spesso i preposti all'ordine pubblico si trovavano del tutto impotenti a qualsiasi repressione. Ne è riprova una lettera 24 aprile 1798 a firma Radicati diretta da Savigliano al reggente la Segreteria degli Interni che con malcelato senso di stizza riferisce come siasi “sparso, e cantato nei giorni scorsi in questa Città un libello rivoluzionario in stile di canzone, dei più infami”, del quale si cerca bensì í“impedirne la propagazione, mercè il zelante interessamento” del giudice del luogo “per il pubblico bene”, riconoscendo peraltro tondo tondo “l'impossibilità di scoprirne l'Autore”, tanto più che non si è neppure riusciti “malgrado le più esatte ricerche” stabilire la provenienza di una copia del documento allegato alla lettera per opportuna conoscenza. E sono guai, perché il testo in agili versi, dopo aver bollato il re come “tiranno” ed “assassino”, ripercorre in rima tutto l'iter rivoluzionario, ricordando i martiri della congiura del 1794 in Torino e quelli di Asti repubblicana nel 1797 i quali adesso chiamano i patrioti alla riscossa: “Abbassiamo i prepotenti - e chi vanta nobiltà - questo è il dritto delle genti - uguaglianza e libertà”, per concludere con aperto invito alla rivolta: “Corriam donque in folta schiera - a pugnar con vivo cuor - a innalzar quella bandiera - che risplende in tre color”. La Banda Patriottica di Ivrea appariva poi particolarmente insistente col suonare “continuamente” il suo repertorio rivoluzionario in quella che si potrebbe definire una campagna a largo raggio principiata nell'estate del 1798 in barba ai divieti, impunemente (non risultano arresti in flagranza) e forte di tacita solidarietà compiaciuta. I suoi componenti avevano trovato un modo elegante di propagandare la rivoluzione e di preannunciarla, che è poi sostanzialmente un modo di farla. Il loro repertorio musicale non ci è pervenuto, ma possiamo facilmente immaginarlo. Anche in questo campo infatti il Piemonte aveva mutuato dalla Francia, dove i cantanti di strada creavano e pubblicavano strofe patriottiche su semplici fogli volanti, di brutta stampa e su cattiva carta, di rado accompagnati dalla loro musica, perché generalmente costituita da un'aria nota sulla quale la canzone poteva venire intonata, che rappresenta il veicolo di apprendimento e diffusione del testo. I cantanti di strada sapevano infatti benissimo che i passanti avrebbero imparato le loro canzoni tanto più facilmente se arie ben conosciute da tutti (i cosiddetti ponts-neufs) e quando una canzone era composta su musica originale, ci si preoccupava di indicare anche un'aria nota sulla quale la si potesse intonare. Altri canti, come la Marsigliese e la Carmagnola, che imposero subito la loro musica originale, ne prestarono le note a numerosissime nuove canzoni. Le arie richiamavano e facevano ricordare il testo e viceversa. Questi foglietti volanti o quadernetti con i versi, ed a volte il richiamo dell'aria nota sulla quale il canto va intonato, diventano man mano più numerosi con l'arrivo dei Francesi e l'istituzione del Governo Provvisorio nel dicembre 1798. Si usa l'italiano, il francese, il piemontese ed anche l'italo piemontese. Avrà certo suonato la Banda Patriottica il “Sairà Dij Piemontèis” del medico poeta Edoardo Calvo dove il martellante ed ossessivo ritornello “Ah! l'é rivà, l'é rivà, l'é rivà...” si accompagna a tutto un programma di eliminazione degli esponenti dall'antico regime (Tuti sti marchés/e ste ecelense/ch'as fasìo fé dle riverense) e dove il men che passa loro pertoccare è farli “Tapiné tuti a Grenoble o mandeje al Canadà”. Si trovano in questi testi molte espressioni felici e talvolta dei piccoli capolavori. Una anonima “Canzonetta nuova sull'aria pietà, pietà, pietà ecc.” pubblicata a Torino forse un pò troppo ingenuamente si chiede: Dov'è dov'è quel cuore, Che non dovrà godere Deposto ogni timore Fra il giubilo e il piacer? Assieme adunque uniti Lieti contenti arditi Ognuno esclamerà Di quà di là e di quà Evviva l'Eguaglianza Viva la Libertà. Ben poco sappiamo di un cittadino P. A. Rosaspina o Cittano P. A. R. che pubblica a Torino diversi Inni Patriottici in italiano, francese, piemontese. Già il nome “Rosaspina” (che è un evidente pseudonimo) la dice lunga sugli umori e le intenzioni del soggetto. Rosaspina è la rosa di rovo, la rosa selvatica, bella ma pungente. La sua spina si sente e fa male. Qui troviamo quasi per caso il lampo del genio, il colpo d'ala, che fa di un suo componimento “Inno Patriottico in Lingua Piemontese italianizzata” - otto quartine più il ritornello in terzina in un curioso italo-piemontese - un piccolo capolavoro. La rivoluzione è cantata nei suoi effetti (o presunti tali) sul popolo minuto: “Noi tutti giubiliamo / che siamo liberà.../ Non vi è più l'ingiustizia / Per la povera gent / Adesso ascoltan tutti / Parlé fora dij dent.../ Il povero operaio / Non era più ascoltà / Ora state sicuri / Che vi è l'umanità...”. Non par vero si vada più in galera “per dir la verità” e soprattutto si possa adesso liberamente circolare senza le restrizioni ed i divieti per opera di funzionari di malaugurio: “Andè da tutte bande / Non sentì più gufas / Che i perfidi tiranni / Non alzano più il nas”. Le conseguenze sono in tema, sia in città che in campagna: amore, brindisi, canti e balli. Ci si rivolge prima alle donne: Coraggio Ragazzette, Il tempo le arrivà Di star allegramente Coi vostri innamorà. Poi si invita tutti a far festa: Cantiam nelle osterie Nelle piazze, e contrà Evviva l'Eguaglianza, Viva la Libertà. Il ritornello è accattivante e ritengo politicamente impegnato La lireta Alza Nineta Viva la Libertà. A rialzare le sorti della lira (i famosi “Biglietti di credito verso le finanze” continuamente svalutati) è qui chiamata la musa ispiratrice del componimento, una certa Nineta al grido di Viva la Libertà. Idea senza dubbio originale, ma tant'è. La speranza è sempre l'ultima a morire. L'aria che accompagnava il testo, allora nota e popolare, è scomparsa, smarrita nel tempo assieme alla Nineta, come nel tempo si è a volte smarrito ed offuscato ed ha dovuto spesso venire riconquistato col sangue lo stesso concetto essenziale di libertà. Ma questa canzone mi è parsa così bella da affidare alla sensibilità di un caro amico, il musicista Gianni Pompei di Borgomasino, il compito di ricrearne la musica, o meglio di ricercarla nello spirito del componimento. Ne è risultata una piacevole e possibile ricostruzione ideale pubblicata a corredo di capitolo insieme al testo originale dell'Inno Patriottico. Questa Nineta peraltro doveva essere figlia di più padri, perché me la sono vista richiamata nel titolo di una anonima canzone in lingua piemontese inserita in miscellanea dell'epoca, dove s'era fatta trovare all'improvviso quasi a dir son qua. Questa “Canson an s'l'aria d'auste Nineta” incoraggia i coscritti partenti con il miraggio di una buona paga, buon vitto e la possibilità di gloria e carriera sul campo dell'onore: Esse nen malinconic, Ste pura allegrament Le bastonà son morte, Sarè pagà an argent. ............. Serviend ben la vostra Patria Con cheur ferm e ugual, Pod“ vnì cap d'squadra, Podì vnì General. ............. Mangerè dla bona ciccia, I bvrè d'bon vin; Coul ca savrà distingvse Guadagnrà d'quattrin. ............. Servì la nostra Patria, L'è mei ch' servì d'tiran, I tiran a premio pochi E poc o nen a dan. Il tutto con l'intercalare Laralà, / soldà, criouma tutti / viva la libertà. E sull'aria di questa bella canzone se ne parte coi soldati anche Nineta, berretto frigio in testa. C'è del vero in questi versi. Una delle piaghe dell'esercito sabaudo fu la congerie e la pletora dei comandanti, e si faceva carriera più per raccomandazioni e posizione sociale che per meriti. Le condizioni di vita e la paga del soldato francese erano ritenute migliori, soprattutto vi era nelle loro file la possibilità di farsi notare e vedersi riconosciuto il valore. Fra breve, due generali di trent'anni, osannati dalla truppa, che si erano guadagnati i gradi sul campo, sconfiggeranno a Marengo, sia pure con un pizzico di fortuna, l'esercito austriaco ancorato alla rigidità di vecchi schemi, cambiando il corso della storia. I testi e le arie che li accompagnavano si diffondevano con rapidità e molti saranno certo venuti man mano a far parte del repertorio della Banda Patriottica eporediese. Due dei suoi componenti finiranno in carcere con l'arrivo degli austrorussi e la conseguente restaurazione: il capobanda Fisso ed il musicante Giuseppe Gardè. Due su quattordici, tanto per avere qualche capro espiatorio. Forse i due migliori elementi. E poi, senza maestro, la banda non può suonare. Ne era stato riconosciuto il valore ed avevano avuto, in sostanza, l'onore delle armi. V'era per˜ anche il rovescio della medaglia. A scrivere canzoni non erano infatti soltanto i rivoluzionari, ma anche i nobili tornati al potere, che ai primi adesso facevano il verso. Così una “Canzon Neuva” da intonarsi (senti senti!) “su l'aria Deje ai Nobil, massè i Nobil” e con la significativa data “6. Giugn 1799. neuv stil.” tira in chiusura le somme con i patrioti considerando amaramente S'un l'aveissa da contè ÔL dan ch' l'han fait alla nazion Ai na jè da seguitè Per f n'cora sent canzon. Tanto vale dunque mettere punto fermo. Gli eventi vorranno però diversamente e fra breve si riapriranno gli spartiti. Ma sarà un'altra musica per un'altra storia.

di Domenico Forchino tratto da “Prima che il gallo canti”, Edizioni Corsac, 2002