Una
lettura storica che mette in evidenza l'alternarsi dei rapporti tra amministrazione
comunale e festa del Carnevale. Un'interessante indagine che aiuta a meglio
riflettere sul senso degli attuali poteri che gravitano attorno alla massima
manifestazione cittadina. Nel passaggio dall'Ancien Régime alla Restaurazione,
attraverso l'età dell'egemonia napoleonica, il Carnevale di Ivrea
subisce una profonda trasformazione. Nel Sei e Settecento la celebrazione
eporediese, equamente divisa tra le varie parrocchie cittadine, fu un momento
essenzialmente popolare e pubblico. Abbà e Scarli erano probabilmente
gli unici elementi di ritualità obbligata, in una festa che, per
il resto, doveva possedere una squisita natura trasgressiva quale é
nella logica del carnevale. E se i giovani priori, che nel secolo diciottesimo
guidavano i cortei carnevaleschi di ciascun rione al suono di pifferi e
tamburi, avevano negli abiti ancora il profumo dell'incenso delle solenni
processioni religiose, di certo essi erano anche gli eredi di quelle confraternite
giovanili - le Badie - che avevano rappresentato un forte elemento di socializzazione
all'interno delle comunità, esprimendosi nel controllo sui matrimoni,
nell'antico rituale del charivari e nelle cavalcate dell'Infanterie dijonnaise.
Per tutto il corso dell'Ottocento il Carnevale eporediese fu, al contrario,
soprattutto espressione degli strati emergenti della società, con
gli Ufficiali - "Guardie Rosse dello Stato Maggiore" - e le "gentili
e vezzose" Mugnaie: gli uni in bilico tra un mai sopito richiamo alle
loro "origini napoleoniche" ed una continua rivisitazione di tali
origini, le altre, indossanti i colori del Risorgimento nazionale, signore-popolane,
figlie e spose di una tranquilla ed operosa borghesia provinciale. Queste
due stagioni vissute dal nostro Carnevale si differenziano per un motivo
ben preciso; ovvero per l'atteggiamento tenuto dalle élite comunali
nei confronti della festa medesima: atteggiamento che tese a connotarsi
di ben specifiche caratteristiche a seconda dell'epoca considerata. Nell'Antico
Regime un "marcatissimo distacco", come si legge in documenti
d'epoca, separa l'Amministrazione cittadina dalla realtà carnevalesca.
Nel secolo diciannovesimo le élite comunali, le egemonie sociali
e politiche della città, viceversa, si appropriano del momento festivo.
Tale mutamento di prospettiva comporta una nuova lettura ed una nuova interpretazione
dell'antico carnevale; le riforme subite da quest'ultimo, all'aprirsi dell'Ottocento,
vanno quindi interpretate come il risultato di un forte impegno di istituzionalizzare
i festeggiamenti. Come giustamente scrive Roberto Leydi "ad un carnevale
già esistente e per nulla storico", si sovrappose "una
rappresentazione di liberazione omogenea con il potere". In tale ambito
la vetusta Festa dello Scarlo si avvia a divenire festa civica, festa patriottica
(la Mugnaia, come abbiamo già ricordato, veste il tricolore italiano),
festa intessuta di alti ideali e valori libertari di giustizia e di lotta
contro la tirannide: la Comunità vi rievoca le tappe del proprio
affrancamento dal "turpe" dominio di un medioevale feudatario.
I "gloriosi ricordi" della liberazione dalla tirannia trovarono,
d'altro canto, linfa vitale dapprima nell'evento storico della Rivoluzione
Francese e della fine del Vecchio Regime, in seguito nella cultura dello
Stato Sabaudo restaurato. L'età post-rivoluzionaria permise di insistere
sul significato di libertà "che con altri proprio del carnevale
in genere". Gli anni della Restaurazione consentirono, a loro volta,
di ricorrere ampiamente all'invenzione del Medioevo: un fenomeno culturale
avvenuto, tra adesione sentimentale e riproposizione erudita, in pieno clima
romantico. A quest'ultimo proposito non va infatti dimenticato come il Medioevo
appartenga all'immaginario collettivo; di quel tempo mitico "non si
coglie quasi mai un'immagine diretta, derivata dalle fonti coeve, ma sempre
e soltanto il riflesso di quello specchio deformante che fu la fantasia
ottocentesca, fedelmente riprodotta sulla tela dell'iconografia romantica"
(R. Bordone, Lo specchio di Shalott, 1993). Il mutare di sensibilità
verso la festa, quale venne interessando le amministrazioni civiche eporediesi
tra Sette e Ottocento, è ben testimoniato da alcuni documenti conservati
presso l'Archivio Storico del Comune di Ivrea. Tali documenti furono pubblicati
alcuni anni or sono, in un saggio che ebbi modo di curare unitamente all'amico
Piercarlo Broglia (Ivrea e 'l nòst Carlevè, 1980). Nell'analisi
che stiamo ora compiendo mi sembra utile riproporre all'attenzione dei lettori
tre di quelle carte, risalenti nell'ordine agli anni 1781, 1809 e 1824.
Il primo documento (1781) consiste in un Ordinato, ovvero in un Verbale
del Consiglio civico di Ivrea; il Sindaco Gio. Antonio Zola propone di proibire
l'abbruciamento dello Scarlo in piazza di Sant'Ulderico (l'attuale piazza
di Città) di fronte al palazzo del Comune. Il secondo documento (1809)
consiste in una lettera scritta dal Sindaco eporediese Gio. Zanetti al Prefetto
del Département de la Doire. Questa lettera, che essendo in partenza
dal municipio si trova trascritta insieme con molte altre in un "Volume
di lettere di corrispondenza", è significativa in quanto vi
si trovano descritti, in modo abbastanza particolareggiato, i festeggiamenti
carnevaleschi di allora. Leggiamo in tal modo degli Abbà, delle marce
con i Pifferi e Tamburi che cambiano le loro musiche a seconda del percorso,
degli Scarli e del Gioco dell'anello nelle vicinanze di porta Vercelli.
Il terzo documento consiste in una "Deliberazione della Civica Amministrazione"
di Ivrea del 19 febbraio 1824. Pochi giorni prima era mancato il Re Vittorio
Emanuele I e come conseguenza i festeggiamenti carnevaleschi avrebbero
dovuto essere sospesi in tutto lo Stato Sabaudo. Nella Deliberazione vengono
esaltati i "nobili fatti e magnanimi esempi" formanti la base
della festa "da tempo immemoriale celebrantesi nella Città e
conosciuta sotto il nome Scarlo". Una
festa da non confondersi, secondo i consiglieri comunali, con i normali
divertimenti carnevaleschi, poiché traeva origine da alcuni "fatti
vittoriosi di cui il popolare voto volle costantemente tramandare la memoria
ai posteri". L'abbruciamento delle alte antenne rivestite di erica,
contestato quale "abuso" dagli Amministratori eporediesi nel 1781,
viene dunque ampiamente nobilitato dalle medesime élite comunali
dopo solo qualche decennio: lo Scarlo diviene in tal modo, e tale rimarrà
sino ai nostri giorni, "simbolo di libertà conquistata".
Nell'intervallo temporale e soprattutto sociale nonché culturale,
che separa questi due estremi, si colloca il percorso che vide la trasformazione
del Carnevale eporediese. Il Carnevale diviene "indice della grandezza
cittadina": emblema della città orgogliosamente fiera del proprio
passato. Intenti civili, dunque, ma anche, ed testimoniato da più
di un fattore, intenti politico-rivendicativi: come non sottolineare, a
tal proposito, le istanze che sottostarono alla rivisitazione delle storie
municipali negli anni della Restaurazione. Istanze, queste ultime, nelle
quali è ravvisabile la volontà di contrapporre nuovi valori
a quelli dominanti nella precedente et napoleonica. Il municipalismo, non
va infatti dimenticato, ebbe largo sviluppo negli anni dell'egemonia francese.
Tramontata quella fondamentale esperienza, si volle conferire agli episodi
di storia municipale un significato contrapposto alla concezione privilegiante
l'universale. Ovvero si intese, con le ricerche di erudizione e con le feste
civiche, contestare l'operato di quanti avevano vissuto l'illusione di fare
dell'Europa un'unica grande realtà. Esaltando il particolare e rinchiudendosi
con sempre maggior vigore nelle proprie torri d'avorio, gli studi e le feste
municipali non mancarono di privilegiare aspetti consoni ai nuovi tempi.
In tale processo ben si colloca la "nascita di una celebrazione municipale",
quale possiamo definire la riforma del Carnevale eporediese negli anni della
Restaurazione. Nei successivi decenni di metà Ottocento la festa
eporediese sarà dominata dall'affannoso tentativo di conciliare l'antico,
il tradizionale con l'impetuoso imporsi del nuovo. Il Carnevale di Ivrea,
come scrisse Giuseppe Giacosa, "si copre col rosso berretto frigio,
arde gli scarli, infigge otto arance sulla punta di otto spade, raffigura
in ogni arancia il mozzo capo del tiranno"; ma, soprattutto, al contrario
di quanto auspicava il medesimo Giacosa, il Carnevale eporediese non ha
mai "lasciato dormire in pace il vecchio nome dei Monferrato":
ovvero ha sempre voluto ostinatamente fregiarsi di quell'appellativo di
storico quale gli venne consegnato dagli anni della Restaurazione. Il percorso
che abbiamo compiuto in queste note, teso ad illustrare la trasformazione
della Festa dello Scarlo tra Sette e Ottocento, trova un senso attuale se
si considerano, in chiusura, gli sviluppi più recenti del Carnevale
eporediese. Si pensi, in particolare, al delicato equilibrio che ha caratterizzato
il rapporto tra amministrazioni comunali, comitati organizzatori ed interpreti
della festa negli ultimi decenni. E, ancora, si considerino le tracce lasciate
nel rituale celebrativo dall'inasprirsi della conflittualità sociale
al chiudersi degli anni Sessanta. E, infine, si ponga attenzione all'attuale
rapportarsi del tessuto sociale cittadino nel suo complesso rispetto al
momento festivo di Carnevale; il rifiuto, ideologicamente motivato o inconsciamente
represso, di parte della popolazione cittadina, significativo, perlomeno,
quanto l'estremo entusiasmo della restante parte. In tale contesto i valori
assegnati o negati alla festa costituirono e costituiscono, in ultima analisi,
altrettanti segni vivi e penetranti dell'evoluzione del Carnevale eporediese
"i cui riti si richiamano al passato, ma non sono certo immobili nel
tempo". Come ebbe a scrivere Gian Savino Pene Vidari: "Il Carnevale
di Ivrea, storico ormai anche solo per la sua ascendenza, ha saputo venir
mutando col tempo, spostando interessi e significati quasi in armonia con
gli ideali e gli stimoli della vita eporediese: lo storico Carnevale non
solo sa rinnovarsi, ma è vita, ed è specchio di vita contemporanea".
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